martedì 7 aprile 2015

Come scrivere un libro di successo

Titolo ingannevole, lo ammetto. In realtà parlerò di una leggenda metropolitana su come scrivere un bestseller.

Volevo lanciarmi in un bel post che elencasse i punti che ormai sembrano essere diventati cardine della buona scrittura, quelli, insomma, che dovrebbero garantire a chi li utilizza fama e gloria.

Dopo una breve ricerca su Google arrivo però a un articolo più interessante. Questo.

Insomma, in soldoni, sembra che sia stato inventato un programma in grado di predire se un libro avrà successo o meno, per buona pace di chi per lavoro cerca di scovare inediti interessanti (ogni riferimento a fatti o persone esistenti, come immaginerete, è puramente casuale).


Ora, credo che l’articolo Focus faccia un po’ di confusione rispetto allo studio di partenza (inverte verbi e aggettivi nella parte centrale dell’articolo, per poi ricollocarli esattamente nelle dichiarazioni degli intervistati). Se la traduzione esatta è quella che dico io, comunque, questo programma non dice altro che quello che le famose scuole di scrittura americane affermano da anni. Semplificare, asciugare, rendere lo stile più giornalistico possibile.

Quanto tutto ciò dovrebbe interessare all’aspirante autore?

In realtà molto, perché, semplificare aiuta a essere più comprensibili, a migliorare il proprio stile, a essere più precisi e, di conseguenza chiari.
C’è un grosso ‘ma’ che non mi torna, però. Quanti libri seguono questo criterio e non diventano dei bestseller? Questo dato non viene specificato nella ricerca.

Ora, analizzando gli unici dati che ho sotto mano, ovvero quelli dei testi Plesio (che per la verità non si è mai mostrata troppo fedele alla nuova scuola, ma che ha preferito scegliere testi in stile 'moderno' solo nei casi in cui effettivamente quell'approccio alla storia risultasse il migliore) noto una cosa. I libri che supererebbero il test di questo programma vendono esattamente come quelli che non lo supererebbero.

E il programma? Si dice abbia una percentuale di riuscita dell’84%!

Bene, fortune che in Plesio non abbiamo pagato per averlo.

Pazienza, evidentemente, non tiene conto del fatto che il successo di un libro non viene determinato solo dal libro in sé, ma spesso da una catena di eventi su cui l’autore può agire ben poco.
Per quanto mi riguarda, almeno in Italia, il successo viene stabilito in prima battuta dalla pubblicità che gli viene dedicata,  in un seconda dallo spazio che ha a disposizione e, solo in un terzo momento,  dalla risposta (entusiasta o meno) del pubblico. Forse questo programma dovrebbe contenere una specifica: come scrivere un libro di successo (se già sai che sarai pubblicato da un big su una vasta area geografica). Ecco, così, forse, sarebbe più sensato.

Per noi piccoli e medi editori italiani, invece, si continua a leggere e a cercare l'opera leggendo, e leggendo, e leggendo.





16 commenti:

  1. Nel mondo reale il successo è un fattore talmente bizzarro e imprevedibile che non conviene nemmeno cercarlo. È sufficiente guardare a cosa è successo a Francis Scott Fitzgerald, per esempio, che vendette 7 copie di "Il grande Gatsby" nell'ultimo anno di vita. Meglio scrivere e basta. Se è abbastanza buono emergerà, e se emergerà dopo che saremo morti... vorrà dire che eravamo troppo in anticipo!

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    1. Come autrice sono d'accordo con te. Come editore posso dirti che il lavoro d'immagine che uno scrittore porta avanti dà comunque una marcia in più al libro.

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    2. Bella soddisfazione la gloria postuma, non c'è che dire XD

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    3. Ammetto che potendo scegliere opterei per non essere così 'avanti' ;)

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  2. Ottimo post cara Giordana. La formula non credo esista, altrimenti sarebbe replicabile e sappiamo che non è così. Certo alcuni elementi sono riconoscibili in ogni opera di successo, ma molte hanno semplicemente saputo introdurre l'elemento novità, come non pensare a Harry Potter? Credo sia perfetto quando dici sul finale, circa il valore intrinseco del testo e ahimè il contorno: pubblicità (il benedetto ufficio stampa dal valore elevatissimo!), spazio a disposizione, un e-book difficilmente venderà 20 mila copie, perché non tutti leggono digitale, lo stesso titolo in cartaceo con una distribuzione non dico da supermercato ma abbastanza capillare può farcela (sto pensando a due nomi precisi, ma non li farò) il pubblico, il classico passa-parola e be' l'inafferrabile fatture kiul. Brutto a dirsi ma c'è in ogni campo. E l'editoria non fa eccezione. L'editore deve leggere tanto e avere buon fiuto. Un bacione Sandra

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    1. Assolutamente, neanche l'editoria esula dal fattore C :)

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  3. Secondo me "leggendo, leggendo, leggendo" è anche la ricetta per scrivere un libro, se non di successo, almeno godibile!

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    1. Come darti torto? Invece la battuta più comune tra gli editori è che gli scrittori (o, almeno, gli aspiranti tali) siano i primi a non leggere :(

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  4. Assolutamente d'accordo con Tenar. E sono contenta che la realtà editoriale in cui operi abbia smentito la presunta validità di questo programma. Se davvero si potesse prevedere il successo di un'opera solo dalla scelta di verbi e aggettivi, sarebbe una cosa molto triste: le opere risulterebbero standardizzate. Un'opera di valore è tale perché unica. Di romanzi fotocopia ne abbiamo un po' le scatole piene. :)

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    1. C'è da dire che la mia realtà è molto piccola. Magari un editore più grosso potrebbe smentirmi, ma spero di no!

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  5. Non esiste una ricetta per scrivere un libro di successo ed è vero, spesso il libro da solo non garantisce il podio, ma intervengono molti altri fattori che non dipendono dall'autore. Le Case Editrici, però, dovrebbero credere di più nel nuovo che avanza, anche a costo di beccare un libro veramente valido fra cento che non lo sono!

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    1. Credo fermamente nel nuovo, anzi, probabilmente Plesio non esisterebbe se si ostinasse a fare fantasy prettamente commerciale (quanti editori si occupano di fantasy commerciale con una distribuzione migliore della nostra?). Però ogni tanto un titolo più 'facile' da vendere aiuta :D

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  6. Anch'io ne avevo sentito parlare, diffido da cose di questo tipo. E poi, dopo aver automatizzato tutto, vogliamo davvero automatizzare anche l'arte? Spero di no...

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    1. Sì, prospettiva agghiacciante, concordo.

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  7. Pubblicità, spazio e solo al terzo posto la risposta del pubblico. Quanto è vero, e quanto è frustrante! Non credo molto nello stile asciutto e giornalistico a tappeto. Il gusto moderno non è quello di due secoli fa, questo è certo, ma c'è storia e storia, autore e autore. Per mia natura comunque tendo a essere abbastanza sintetica e a usare un linguaggio semplice. Sarà un vantaggio? Chi lo sa. Di sicuro non definirei il mio un successo lampo. ;)

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    1. Non so se tu sia avvantaggiata, nel caso lo sarei anch'io.
      In realtà penso che ogni storia abbia uno stile più adatto a lei.

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