martedì 11 marzo 2014

La gavetta dello scrittore


Gavetta: [ga-vét-ta]. Recipiente di metallo munito di manico e coperchio, destinato a contenere il rancio del soldato.
Venire dalla gavetta, si dice di ufficiale che ha percorso tutti i gradi inferiori, da soldato semplice in avanti. Per estensione, con l'espressione fare gavetta viene indicato un periodo di sacrifici finalizzati a imparare un mestiere, con il significato di iniziare dal basso.

Ringrazio l’Hoepli e wikipedia per la definizione precisa del termine e vado avanti.

Nella mia giovane vita (mi piace scriverlo, giusto perché così me ne convinco anch'io) ho svolto tre lavori e in ognuno di questi ho riscontrato l’importanza di partire dal basso, l’immensa opportunità di poter imparare dai propri errori e di fare, in questo modo, esperienza utile a crescere e a percorrere i gradini successivi.
Non capisco dunque perché quando si parla di scrittura le cose funzionino diversamente.
Perché gli aspiranti scrittori partono tutti da un romanzo quando questo, al più, dovrebbe essere il punto di arrivo? Perché non si pensa alla stesura di un testo complesso come al risultato di diverso tempo di perfezionamento dato da lavori più semplici?
Un romanzo è un insieme di tante parole, tanti personaggi, tante sottotrame. Capisco bene che l’attuale proposta editoriale, ben più volta alla produzione di opere corpose che non di racconti, contribuisca a plasmare su questo modello la forma mentis dello scrittore -o dell’aspirante tale-, ma l’autore ha a disposizione diverse possibilità di cui temo non si renda conto. E lo dico a ragion veduta, visto che per prima son caduta in questa trappola.
Ad ogni modo, voglio dirlo, nel mondo della letteratura non esistono solo romanzi, ma diverse tipologie di componimento che, tra le altre cose, possono aiutare l’autore esordiente a trovare i primi riscontri, le prime critiche e offrirgli la possibilità di sbagliare senza per questo aver buttato mesi di lavoro, per non parlare di anni.
Perché un racconto è un elaborato a tutti gli effetti, che ci mette a confronto con la nostra propensione alla scrittura, senza richiederci un impegno eccessivo in termini di tempo ed elucubrazioni.

Racconto: [rac-cón-to]. (Terza voce). Componimento letterario narrativo, di solito di maggiore ampiezza della novella, ma più breve e meno complesso del romanzo.

Ringrazio ancora l’Hoeplie e sottolineo “più breve e meno complesso”.
Oggi posso dire a ragion veduta che partire con l’idea di creare un romanzo dal nulla, senza aver mai scritto niente di diverso dalla lista della spesa, è pericoloso. Si rischia di perdersi all’interno della trama senza portarla a termine e minare la propria autostima, così come di avere la testardaggine di arrivare alla fine per poi rendersi conto che il lavoro su cui abbiamo sudato tanto non è un granché.

E dirò dell’altro. Se si vuole ottenere il massimo del risultato da questo passaggio, l’ideale sarebbe lasciare i racconti liberi di essere letti. Nel web, agli amici, ai colleghi, non importa. Se ce la si sente, può anche essere opportuno cercare i primi riscontri all’interno dei concorsi letterari (un giorno scriverò un articolo apposito sulla loro utilità per l’aspirante scrittore).

E voi? Da cosa siete partiti? Siete soddisfatti o cambiereste qualcosa? Io, ma penso si sia capito, inizierei a scrivere racconti molto prima di quando ho cominciato a scrivere il mio libro, magari ne avrei tratto qualche insegnamento in più.

6 commenti:

  1. Una bella considerazione. Diretta, senza troppi giri di parole e quantomai vera.
    E il bello è che comunque resta un percorso senza un orizzonte solido. Si impara strada facendo e non esiste un punto di arrivo che non possa essere superato.
    Provando a risalire a "quando ho cominciato", la memoria fa qualche pasticcio. So che mi sono esercitata tanto (senza sapere dove sarei andata a parare) giocando di ruolo. Dal background del personaggio, ai riassunti di giocate troppo intense per lasciarle affondare negli abissi della memoria, fino alle storie date in pasto come indizi ai giocatori quando vestivo il ruolo del master.
    Soddisfatta? Sì, ma mai abbastanza. C'è ancora tanto spazio per crescere ed è questa la cosa più stimolante.
    Cambierei qualcosa?
    Rileggendo i miei primi scritti, sono tante le cose che correggerei.
    Ma il modo in cui sono arrivata a scrivere, no... quello non lo cambierei. Scrivere giocando è stata la parte migliore della mia vita fin qui :)
    Farlo senza sapere dove mi avrebbe portata, anche.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi fanno impazzire le tue considerazioni finali!

      Elimina
  2. Se posso dire la mia... Sono d'accordo al settancinque per cento con quanto dici: scrivere racconti è di sicuro un ottimo modo per "farsi le ossa"e sostenere un po' di necessaria gavetta, certamente. Inoltre, cercare di affrontare un'impresa che SEMBRA più semplice, rispetto alla stesura di un romanzo completo, potrebbe presentare degli indiscussi vantaggi. Solo che non sono affatto convinta si tratti di un processo più semplice. Penso si tratti più che altro di un processo di NATURA diversa: scrivere un racconto, o una novella, implica saper padroneggiare delle tecniche che non hanno nulla (o quasi) a che spartire con quelle richieste da un romanzo. Se è l'ormai classico sistema dello "show, don't tell" a fornire la base, per fare un esempio fra i più semplici, bisognerà imparare a riequilibrare completamente le parti e a organizzarsi secondo uno schema completamente diverso. Non per niente, come mi piace citare a volte... Edgar Allan Poe era un autore di racconti superlativo, forse il migliore del suo campo insieme a Lovecraft, ma il suo unico romanzo, "Le avventure di Gordon Pym", è stato pesantemente criticato dai lettori di ogni epoca e cestinato dalla critica più intransigente senza alcuna possibilità di appello! ;D Per quanto mi riguarda, scrivo racconti e scrivo romanzi, a seconda dell'idea che mi colpisce in un dato momento; ben sapendo che la "forza" della mia narrazione (sempre ammesso e non concesso di averne una, nel mio caso particolare, beninteso! XD) risiede nell'introspezione psicologica e nella cura dei dettagli, soprattutto relativa all'ambientazione, più che poter contare sull'appoggio di un'idea brillante e quasi subitanea, penso di essere tagliata per il modulo del romanzo e infinitamente meno per quanto concerne l'universo dei racconti! XD Ne scrivo comunque, quasi in quantità industriali, perché so che ho bisogno di migliorare; ma per lo più, fino a questo momento, mi sono limitata a tenerli per me e per i miei amici! :)

    RispondiElimina
  3. Sono d'accordo sul fatto che servano competenze differenti per l'una e l'altra cosa. Al contrario di te io mi sento più portata per i racconti, ma penso dipenda dal fatto che tendenzialmente sono sintetica.
    Per quanto riguarda la "forza della tua narrazione" penso tu abbia ragione, in particolar modo a proposito della cura dei dettagli di ambientazione.

    RispondiElimina
  4. Il racconto è propedeutico al romanzo, buon consiglio.
    D'altronde, prima si impara a camminare, solo poi a correre.

    RispondiElimina
  5. Sono d'accordo. Perché partire da una cosa complessa, quando ti mancano le basi per le cose semplici?
    La questione nella scrittura, però, è che lo scrittore esordiente punta ad essere pubblicato, nella convinzione, quasi sempre sbagliata, di diventare subito famoso e ricco...

    RispondiElimina